Il lavoro di Fabio Adani non si omologa ai rigidi geometrismi del realismo scientista. Esso si muove, piuttosto, da quel livello della percezione che Platone definisce “I mondi in conoscibili” e che, più di recente, Jung ha definito come inconscio. Il suo punto di vista è sensoriale, trascendente e metafisico e, di per se, sfrutta le contraddizioni stesse o i vuoti che una simile geometrica struttura lascia all’osservatore. Colore, sedia (o altro tipo di oggetto, laddove l’uomo è più oggetto assoluto che non individualità) luce, in questa triade l’artista sviluppa il suo mondo, quasi come fosse un moderno Demiurgo; la sua maieutica prende direttamente le mosse dal livello metafisico del mondo senza, per questo, dimenticare il “luogo” in cui vive; le sue opere sono di grandissimo impatto emotivo e di forte intensità visuale. Il progetto di questa ricerca si basa sulla compresenza di due differenti visioni della concettualità contemporanea senza, per questo, tralasciare il lato emozionale dell’opera. Lo spettatore ha il modo di penetrare la sua sintesi formale che, sebbene appartenga ad una tecnica millenaria come la pittura, è perfettamente aderente a quella che è la vita dell’uomo post duemila.
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